Destra e sinistra non sono altro che vecchie sigle, dietro le quali ci sono cricche affaristiche borghesi, che si scontrano per dividersi il bottino, ovvero il plusvalore estorto alla classe operaia. Un bottino, che la crisi rende sempre più risicato, mentre gli sciacalli sono sempre più famelici. Nel corso delle elezioni, è balzata alla ribalta una lotta che prima avveniva sotto traccia. GEOGRAFIA DELL’ASTENSIONE Come già nelle precedenti elezioni Europee, l’astensione ha intaccato in modo più o meno accentuato i tradizionali assetti politici, tra regioni «bianche» o «rosse», denunciando il calo della capacità di costruire il consenso popolare e quindi la partecipazione al voto. Le astensioni hanno oscillato tra il massimo della Calabria (40,8%) e il minimo dell’Emilia Romagna (31,9%), seguita dal Veneto (33,6). Tuttavia, una regione tradizionalmente «schedaiola», la Toscana, tocca il 39,1% di astensioni, come anche la Liguria (39%) e il Lazio (39,1%). In tutte le altre regioni, le astensioni oscillano tra il 34,4% dell’Umbria e il 37,2% della Basilicata. PdL e PD registrano un generalizzato calo di consensi, che prosegue con costanza dalle elezioni Regionali del 2005 e Politiche del 2008. Rispetto alle Europee dello scorso anno, il PdL perde il 5,6% e il PD lo 0,7%. UdC e IDV retrocedono leggermente e si attestano entrambe attorno al 6/7%. Le frattaglie di Rifondazione rappresentano complessivamente meno del 6% e neppure con l’1.8% dei «grillini» raggiungono il mitico 8,3% del 2005. Il voto dei «grillini» è un chiaro voto di protesta, che tuttavia non assorbe assolutamente la prevalente propensione astensionista, tranne che in Emilia Romagna, dove i «grillini» balzano al 7,46%, intercettando parte dell’elettorato «sinistrato», non ancora maturo per l’astensione. Quindi, non solo sono diminuiti gli elettori, ma sono diminuiti anche i consensi. Solo la Lega conquista voti e tocca il 12,7% nazionale. Ma è l’eccezione che conferma la regola... CHI NON HA VOTATO? Di fronte alla crisi, i lavoratori dipendenti hanno visto del tutto disattese le loro aspettative. Non solo, mentre i loro redditi precipitavano, vedevano i presunti rappresentanti del popolo far fuori in un’allegra serata di coca&puttane quello che essi guadagnavano in un mese di lavoro, nella migliore delle ipotesi... E tutte le volte che essi hanno cercato di far sentire la propria voce, si sono trovati davanti eserciti di sbirri in assetto di guerra. Il principale partito di governo, il PdL, ne ha pagato le conseguenze. Ma anche il principale partito di opposizione, il PD, ha pagato la sua ambiguità, che in alcuni casi è stata vera e propria collusione con l’affarismo berlusconiano, come in Piemonte il «sinistro» appoggio alla TAV. A questo punto, semplificando, si potrebbe dire che hanno votato solo i «clienti», ovvero i tirapiedi, dei signori del gran mondo economico e politico, nella speranza di raccogliere qualche briciola dal loro lauto banchetto. Con la compagnia, sempre assai numerosa, dei soliti «ingenui», che si fanno 2 sedurre dagli imbonitori televisivi, Santoro in testa. In buona o in mala fede. Nella realtà, le cose stanno in termini più articolati, che è bene vedere più da vicino. CHI HA VOTATO? L’unica formazione politica che ha conquistato consensi è la Lega, che consolida le sue posizioni al Nord e si rafforza al Centro, nelle regioni «rosse», toccando in Emilia Romagna il 13,7%. Vediamo le ragioni di tale successo. La Lega ha registrato la crescita di consensi nelle regioni ricche del Nord e del Centro, dove gli scorsi anni era proliferata una genia di piccoli e medi imprenditori, cresciuta sull’onda di una favorevole congiuntura economica, sostenuta dal lavoro nero (la Bossi-Fini) e dall’evasione fiscale (grazie alle «agevolazioni» varate a più riprese da Tremonti), creando in molte occasioni una connivenza contro natura (ma comprensibile) tra padroni e operai. Questo «modello di sviluppo» non è stato in grado di affrontare le prime ventate della concorrenza internazionale (del 2001), che con la crisi sono diventate vere e proprie bufere, con effetti devastanti sul tessuto economico-sociale di quelle aree. Esempio tipico è il Veneto, il mitico Nord-Est, che di fronte alla crisi ha rivelato tutta la debolezza di uno sviluppo dovuto a fattori contingenti: fu spinto nei primi anni Novanta grazie alla svalutazione della lira, crebbe poi sul super lavoro (sfruttamento) e sulla «terra promessa» dell’Europa Sud-Orientale (Romania in primis) e infine fu via via pompato ad arte. Ma i nodi vengono al pettine. Lo scorso anno, nel mitico Nord-Est, sono scomparse 4.869 aziende, mentre complessivamente in Italia ne sono nate 17.385. Questo significa che nelle altre aree la crescita economica è stata meno avventurosa che in Veneto. E quindi meno fragile, di fronte ai colpi della crisi. In ogni caso, prevalgono ovunque gli aspetti finanziari e affaristici, gestiti da forti cricche politiche (di destra, PdL, e di sinistra, PD), dalle quali le piccole e medie imprese restano ai margini e, tendenzialmente, escluse. Questa situazione ha creato un crescente malcontento tra il «parco buoi» del capitalismo italiano. Malcontento che è stato più forte nel Veneto, dove il crollo delle illusioni di successo ha portato 18 padroncini al suicidio ... e la Lega al 35,1% dei voti. La crescita della Lega è quindi il frutto della struttura squilibrata del capitalismo italiano, basato su una miriade di piccole e medie imprese e su un pugno di giganti, che fanno il bello e il cattivo tempo, nella gestione dei quatttrini. La crisi sta portando a nudo le conseguenze sociali di questo squilibrio «organico», riducendo l’accesso alle fonti finanziarie. A MILANO, LA LEGA PERDE VOTI Le percentuali celano i numeri reali, ed è a questi numeri che è bene fare riferimento. Essi svelano una realtà molto diversa da quella propagandata. Milano è un test significativo. La crescita della Lega avviene in aree geografiche importanti, ma economicamente marginali. La prova è fornita dal risultato delle elezioni a Milano. Teniamo presente che gli elettori milanesi sono cresciuti di 18.253 unità (da 2.393.212 a 2.411.465). Mentre i votanti sono diminuiti di 466.891 unità (da 1.984.548 a 1.517.657). Un milanese su quattro non ha votato. Da un paio di anni, la Lega ha fomentato campagne razziste, sempre più violente, in nome della legge e dell’ordine. Queste campagne fetenti hanno creato molto fumo e poco arrosto: rispetto alle politiche del 2008, la Lega ha perso 60.288 voti, pari a meno 20%. La forte concentrazione finanziaria milanese lascia poco spazio all’imprenditoria outsider, soprattutto di fronte al big business dell’Expo 2015, gestito dalla Moratti, Ligresti & Co. E poco valgono i colpi di testa del Matteo Salvini, contro i rom e gli immigrati. Anche i pensionati hanno un cervello! 3 Con 224.893 voti, la Lega si conferma il terzo partito milanese, ed è ha ridotto le distanze dagli altri due partiti, che hanno subito un più forte tracollo. Il PdL (447.603 voti) ha perso 252.083 voti, pari a meno 36%. Il PD (339.529 voti) ha perso 280.931 voti, pari a meno 45%. Per la cronaca: - IDV di Di Pietro conquista 6.798 voti, pari a più 7%; - Vendola & PRC perdono 10.839 voti, pari a meno 16%. - UDC di Casini e Pezzotta è alla frutta, con circa 34.000 voti. Di fronte a questo desolante scenario elettorale, Bossi ha buoni motivi per rivendicare la poltrona di sindaco di Milano. Auguri! Si troverà seduto su una polveriera, dove i conflitti sociali sono all’ordine del giorno. E allo stesso tempo, sarà per lui inevitabile lo scontro con il governatore Formigoni, che ha vinto per la quarta volta, ma solo grazie a quell’agenzia di collocamento (e di affari) che si chiama Compagnia delle Opere. Una cricca in cui anche la Lega, secondo partito lombardo, vorrà entrare a far parte ... visto che ormai lo tallona a distanza ravvicinata, con meno di 5 punti percentuali. Staremo a vedere. E mentre padroni e padroncini si stanno scannando, si aprono nuovi spazi per l’auto organizzazione dei proletari. Milano, 30 marzo 2010