Contro lo stato e contro la politica
By jvadv on Saturday 18 March 1978, 10:45 - astenzione attiva - Permalink
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Distruggere la politica vuol dire distruggere l’ipocrisia come arte di dominio
e di sfruttamento di una classe su un’altra, di un uomo su un altro. Menzogna e
verità (molta menzogna e poca verità) s’intrecciano e s’impastano nell’arte più
meschina, abietta e dannosa che la classe degli sfruttatori abbia mai saputo
inventare: la politica. Dove c’è politica c’è menzogna. Dove c’è politica c’è
sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Dove c’è politica c’è partito. Dove c’è
partito c’è turpe commercio ai danni degli sfruttati, c’è governo. Dove c’è
governo c’è stato. Dove c’è stato c’è una classe di sfruttatori (non molto
numerosa) e una classe (molto più numerosa dell’altra) di sfruttati. Dove c’è
sfruttamento c’è politica. Il cerchio, così, s’apre e si chiude con la
politica. È perché la politica porta direttamente al dominio di classe della
borghesia. Un filo d’acciaio inattaccabile dalla ruggine, un intreccio
strutturale che regge la prova dei secoli, lega dunque saldamente (ma non tanto
da non poter essere tranciato) politica e stato, menzogna e potere, arte di
governare e violenza di governanti.
(…) la politica aggredisce e condiziona tutta la nostra vita, la mortifica e la umilia, la costringe in una strada obbligata che porta fatalmente nella più squallida e spregevole condizione — la servitù — che la classe che ci sfrutta s’illude di averci imposto definitivamente come nostro immutabile destino. (…)
Per i politici di professione, chi non condivide i loro fini e la loro scelta degli strumenti che essi ritengono adatti a raggiungerli, è un nemico del popolo. Chi critica lo stato ed il suo potere, è un nemico del popolo. Chi critica la democrazia in un paese democratico, è un nemico del popolo. Chi afferma che la democrazia è una maschera, una forma camuffata di dominio del capitale, è un nemico del popolo. Ed è sempre in nome del popolo che essi ne chiedono la persecuzione, la cattura e l’esemplare condanna, la detenzione finale nelle carceri modello (e monumento) del sistema. In questo, occorre riconoscerlo, sono coerenti. Sono coerenti nell’ipocrisia, e nella paura.
DOMENICO TARANTINI, 1978
