Il momento politico
By jvadv on Saturday 1 January 1916, 20:45 - astenzione attiva - Permalink
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Se in apparenza l’odierna battaglia elettorale può sembrare una lotta fra
democrazia politica e dispotismo, in verità essa è invece la lotta fra
democrazia finanziaria e monopolio. Qui mi fermo un po’ per chiarire e provare
questa mia asserzione. Che cosa vuolsi dire per democrazia finanziaria? Intendo
così denominare quel ceto intermedio tra il proletariato e la plutocrazia, che
secondo la profezia marxista doveva man mano sparire per essere inghiottito
dalla esigua ma aggressiva e vorace banda di pirati della banca e
dell’industria, ma che si accresce e si allarga sempre più (…)
Più chiaramente: democrazia finanziaria appunto perché per i suoi interessi economici favorisce la democrazia di Stato. E per meglio raggiungere il suo scopo, solletica e stimola anche le classi lavoratrici, spronandole a cointeressarsi al governo della cosa pubblica, a rendere sempre più popolari le forme politiche esistenti; bussa alle porte delle unioni operaie per chiedere aiuto, e renderle fiduciose nelle iniziative dei pubblici poteri; rafforzando così la pratica riformistica, la tendenza quietista delle organizzazioni operaie, soffocandone ogni aspirazione rivoluzionaria, e indirettamente finisce per favorire il capitalismo statale (…). Certamente noi anarchici vorremmo che di presidenti non se ne eleggessero: di nessuna sorte. Vorremmo che di elezioni non se ne facessero affatto. Ma intanto — siccome ai miracoli non ci crediamo — supponiamo che il giorno delle elezioni la popolaglia non farà la rivoluzione, ma andrà a votare e a consacrare col suo voto la sua servitù. Ed allora: è del tutto futile augurarsi la vittoria dell’uno piuttosto che dell’altro candidato in lizza? Al primo colpo vien fatto di dire: ma sicuro. (…) Per gli anarchici, infatti, il male non consiste nel modo di governare, ma nel fatto in sé di governare, cioè nello stesso governo, quale esso sia. Ma se pur rimanendo nel nostro punto di vista anarchico volessimo considerare gli eventi con occhio storico, allora, io dico, non è ozioso fare la scelta fra i due contendenti: cade in acconcio di domandare se per la salute del proletariato siano più efficaci i panni caldi della politica democratica e quietista, oppure le docce fredde d’un imperialismo economico e militare, vorace, aggressivo, impetuoso. (…) Chi ha a cuore, soprattutto e innanzitutto, gli interessi immediati e diretti del proletariato, è per la politica democratica: ciò è risaputo. Io guardo all’avvenire e la combatto. Perché l’oppio democratico svirilizza le classi lavoratrici, favorisce l’apatia, la sonnolenza, la morte d’ogni iniziativa dal basso, e l’apatia, la sonnolenza, lo sbadiglio sono dannosi e letali alla causa della rivoluzione. Perché la politica democratica induce il proletariato a fidare nelle iniziative dei pubblici poteri e non nelle proprie forze (…) Perché la democrazia scansa o smorza il conflitto, e soltanto da un conflitto con un capitalismo aggressivo e pugnace può prorompere lo scoppio violento delle ire plebee. Perché sotto la sferza e il pungolo di un imperialismo audace, il popolo lavoratore cesserà di credersi libero, perderà la fiducia nei suoi santi protettori, uscirà dalle ridotte della collaborazione di classe, per affrontare in campo aperto il nemico e colpirlo al cuore.
UMBERTO POSTIGLIONE "Cronaca sovversiva", 1916.
