Il marmocchio cerca di far dimenticare al babbo qualche scappata, sforzandosi di compiere ciò che in gergo proprio si direbbe una buona azione. Il candidato a deputato cerca di cancellare le partite nere del suo passivo, sciorinando le sue alte doti di mente e di cuore, ricordando i numerosi nonché importanti servigi resi al re, alla patria, al partito, all’ideale, e al popolo sovrano, a seconda se la piattaforma è decorata con i tre colori, o col drappo rosso tutt’un fondo. La lettera d’auguri e di ravvedimento che il marmocchio nasconde sotto il piatto di papà durante la cena tradizionale della vigilia di Natale, è il discorso programma che il candidato presenta ai suoi elettori la vigilia del grande cimento che deciderà delle sue sorti. In ambedue i casi, viene coniugato con insolita frequenza il verbo proporsi. C’è un’altra somiglianza. Infatti il popolo sovrano, che al deputato ha largito i suoi suffragi, all’indomani dell’elezione viene a trovarsi nell’identica posizione in cui immancabilmente viene a trovarsi il babbo, che al suo marmocchio ha largito i balocchi. Ambedue rimangono con un palmo di naso. Perché il babbo non tarderà ad accorgersi che i propositi di suo figlio sono rimasti tali, come l’elettore dovrebbe accorgersi che tali sono rimaste le promesse del neo deputato. Passata la festa, gabbato il santo, dice l’antico proverbio. (…) Noi della politica abbiamo un sacro orrore. Come diceva ai suoi bei tempi la buona anima di Andrea Costa, ci faremmo il segno della croce se l’esorcismo valesse ad allontanare da noi la politica come l’acqua santa dal diavolo.

UMBERTO POSTIGLIONE "Cronaca sovversiva", 1913